Giornata della memoria - il Ritorno
Pubblicato: 27 gennaio 2027
ALLA COMUNITÀ EDUCATIVA
Il 27 gennaio 1945, la 60° Armata del Primo Fronte Ucraino, parte dell'Armata Rossa, entrava nella cittadina polacca di Oswieçim, nota come Auschwitz in tedesco. Le truppe sovietiche, guidate dal maresciallo Koniev, raggiungevano il complesso di Auschwitz-Birkenau-Monowitz. Intorno alle h. 15, i soldati aprirono i cancelli del campo di sterminio, liberando circa 7.650 prigionieri, gli ultimi sopravvissuti. I nazisti avevano precedentemente costretto la maggior parte degli internati a marciare verso ovest, nelle cosiddette marce della morte. I sovietici trovarono prigionieri in condizioni critiche e prove degli omicidi di massa commessi. Nonostante i tedeschi in ritirata avessero distrutto molti magazzini, quelli rimasti contenevano oggetti personali delle vittime, tra cui centinaia di migliaia di abiti, oltre 800.000 vestiti da donna e più di 6 tonnellate di capelli.
In occasione del Giorno della Memoria 2026, il nostro Auditorium Gambacurta si è fatto ancora una volta luogo di ascolto e di responsabilità civile con uno spettacolo che ha preso le mosse dall’opera di Primo Levi, La Tregua, e lo ha reso uno specchio contemporaneo dove confrontarsi con il peso della testimonianza.
L’adattamento testuale si è ispirato alla produzione di Elisa Guida ed è stato affidato alle voci e ai corpi di discenti, che hanno interpretato Primo Levi, Lello Perugia e Piero Terracina, proponendo una rilettura sensibile e meditata del testo dell'autore torinese scampato all'olocausto, non solo rappresentando la fuga dall’orrore, ma anche la lenta e controversa ricostruzione dell’umano nel disorientamento della liberazione.
La regia e la messinscena del dott. Fasolo, supportato dalla dott.ssa Romagna e dalla ns. studentessa Alena Odierno, hanno dato forma ad uno spazio scenico essenziale, dove luci e suoni cesellavano una narrazione fatta di pause e di frasi restituite con nuova delicatezza ed intensità.
Un trio di voci per tre punti di vista
La rappresentazione ha messo a confronto tre presenze emblematiche sul palcoscenico: la voce dello scrittore-testimone, Primo Levi, che ha ripercorso i giorni della prigionia e della marcia verso la libertà; la figura di Piero Terracina, testimone italiano sopravvissuto ai lager, portatrice di una testimonianza di carne e ricordo; gli interventi di Lello Perugia, interprete che, accendendo il racconto, ha tradotto in gesto e parola i toni più intimi del soggetto della sceneggiatura. La scelta di far dialogare figure reali con l’io narrante di Levi non è stato solo un esercizio di ricostruzione storica indovinata; ha piuttosto significato un atto di memoria performativa, chiamando il pubblico a misurarsi con l’ambiguità del ritorno e con il tema della difficile reintegrazione nella vita “normale”.
Il testo di Guida: tra fedeltà ed innesto drammaturgico
L’adattamento ispirato alla produzione di di Elisa Guida ha sì mantenuto la voce asciutta e limpida di Levi, rispettando il tono di osservazione civile e la cura del dettaglio, ma ha anche compiuto le operazioni necessarie per il palcoscenico ovvero selezionare, condensando per immagini e per un tempo scenico, ed innestare momenti dialogici, illuminando la relazione fra i personaggi. Ne è scaturito uno spettacolo fedele alla forza documentaria dell’originale, pur trasferendolo in un'esperienza collettiva, capace di parlare anche a spettatori lontani dalla cultura del Novecento.
Il coordinamento
Le docenti coordinatrici dell'evento, De Risi & Talone, ne hanno curato la linea educativa: il percorso non si è limitato alla messa in scena, bensì ha incluso prove aperte, incontri con gli studenti e materiali di approfondimento sul contesto storico, rendendo la rappresentazione un’occasione di formazione, oltre che di spettacolo.
Un’esperienza collettiva e civile
Lo spettacolo non ha inteso rinchiudere il pubblico in una lezione morale. Ha creato uno spazio in cui la memoria potesse tornare viva e problematica. Le pause, i silenzi, le sovrapposizioni di voci restituite sul palco hanno favorito l’ascolto e la riflessione: quel che è emerso non è soltanto il racconto dell’orrore, bensì la difficoltà del ritorno, la sottilissima linea fra il ricordo che cura e il ricordo che distrugge. È una lezione che supera la cronaca e diventa invito: custodire la memoria significa anche saperla interrogare per non trasformarla in mito immobile.
Ringraziamenti e invito
La messinscena — frutto del lavoro di esperti, studenti e docenti — ha dimostrato come il teatro possa ancora svolgere una funzione pubblica, educativa e testimoniale.
Lo spettacolo, proposto in coincidenza con il Giorno della Memoria, è in definitiva un deciso invito ad essere presenti, non per assistere passivamente, semmai per ritornare più opportunamente a pensare — insieme — il senso di ciò che è stato, e la responsabilità di ciò che siamo chiamati a costruire adesso, sulla scorta di quel che è successo e sta succedendo.
Il Dirigente
Prof. Sergio Arizzi
