Note attorno alla due giorni (28-29 maggio 2026) della neonata Compagnia dei Fabbricanti di Ali

Pubblicato: 30 maggio 2026

ALLA COMUNITÀ EDUCATIVA 

​Πεισέταιρος: ταυτηνὶ τὴν νεφελοκοκκυγίαν.

Χορός: ἰοὺ ἰού· καλόν γε ἀτεχνῶς καὶ μέγα τοὔνομα εὗρες.

​Traduzione:

​Pisetero: «La chiameremo Nubicuculia (n.d.a. lett. La città dei cuculi tra le nuvole o Castelli in aria come nel testo riadattato)!»

Coro: «Urrà! Urrà! Hai trovato un nome davvero magnifico e grandioso!»

Aristofane avrebbe sorriso. E forse anche sghignazzato. “Gli Uccelli” sono una delle più feroci invenzioni politiche del teatro occidentale: uomini stanchi della città costruiscono un mondo nuovo tra cielo e terra… e finiscono per replicare ambizioni, potere, illusioni e vanità del vecchio mondo. Ventiquattro secoli dopo, questa commedia continua a parlare di noi.

Il bello è che i primi a capirlo — e a divertirsi davvero — sono stati proprio loro... i giovani attori di una messinscena viva, irriverente, mobile, con quel ritmo nervoso e contemporaneo che ricorda certe riscritture moderne, smontate e rilanciate dentro il presente. E il divertimento non è comico assoluto, ma significativo, anche perché contiene i nuovi sogni della generazione Z, che di sicuro aspirerebbe ad un mondo senza sfruttamento, disuguaglianze sociali, di genere e territoriali, priva di disoccupazione, povertà, discriminazioni, violenza, emarginazione, corruzione, criminalità organizzata, obiettivi molto complessi che nessuna società è riuscita sinora realizzare pienamente e a lungo termine. Tuttavia ciò non vuol dire rassegnarsi; piuttosto suona come un invito ad osare fantasticare, parlare e mettersi in gioco.

In questa prospettiva, esistono classici da rispettare. E poi ci sono classici che sopravvivono perché vengono rimessi in circolo, disturbati, attraversati da energia nuova. “Gli Uccelli” di Aristofane appartengono alla seconda specie.

Sul palco della Rassegna di Albano Laziale e l'indomani nell'orchestra del Teatro Romano di Terracina, si è esibita con costumi originali una macchina teatrale perfettamente funzionante: ironica, visionaria, mordace. Una commedia che parla di fuga dalla realtà e finisce per raccontare il potere, l’illusione collettiva, il bisogno eterno degli uomini di costruirsi un cielo personale - "Castelli in aria" - sopra le rovine del mondo. 

Quando il teatro scolastico funziona, smette di essere tale. Diventa esperienza vera. Corpo, voce, tempo, relazione. Diventa persino disordine creativo. E Aristofane, che odiava la noia e le pose culturali, probabilmente avrebbe sinceramente applaudito.

In un’epoca in cui tutto scorre veloce e superficiale, vedere studenti che abitano una scena antica con vitalità contemporanea è una delle poche cose che restituiscono fiducia alla cultura come esperienza viva e non ornamentale.

Le coreografie avvolgenti dei giovani pennuti bianchi hanno rappresentato un supporto necessario alla scena dominata da Pisetero ed Evèlpide, interpetrati con disinvoltura dai nostri Ascanio e Martina, e dall'uomo-upupa Tereo, impersonato con efficacia dal nostro Gabriele, sotto l'esperta regia di Pomposelli, Manciati e Borsa, col generoso tutoraggio e coordinamento delle prof.sse Coccoluto e Grillo. 

Complimenti agli studenti, alle docenti e alle registe del progetto “Un teatro per l’Europa”.

Gli uccelli, a Terracina, hanno ripreso quota.

Cordialmente,

il vs. Dirigente 

Prof. Sergio Arizzi