8 agosto - Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo: la tragedia di Marcinelle
Pubblicato: 08 agosto 2025
ALLA COMUNITÀ EDUCATIVA
C’è un filo che lega il pozzo di Bois du Cazier, l’8 agosto 1956, alle logiche del profitto di ieri e di oggi: il filo della vita umana sacrificata sull’altare dell'utile economico.
Quella mattina, 262 uomini, di cui 136 italiani, discesero nelle viscere della terra per strappare carbone alle rocce. Ne riemersero solo come numeri di una cronaca fredda, soffocati dal fumo e dal fuoco.
Non fu, come raccontarono diversi notabili, una “tragica fatalità”. Fu l’esito logico di un sistema che riduce(va) l’uomo a strumento, a mezzo per il fine supremo dell’accumulazione. Nell'ambito della CECA – Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio – nonostante i buoni propositi post-bellici, l’Italia di allora forniva manodopera a basso costo in cambio di carbone. Non cittadini né lavoratori, ma carne da miniera. Si accettò lo scambio con la freddezza di chi firma un contratto commerciale: uomini per carbone, lacrime per acciaio. I nostri emigranti, ammassati in alloggi indegni, spediti nei turni più pericolosi, erano l’altra faccia della ricostruzione europea.
La retorica della “fratellanza” copriva le bare, mentre il minatore sarebbe dovuto essere considerato una risorsa umana da proteggere, non una spesa da comprimere. Alloggi dignitosi, sanità gratuita, ferie pagate erano per loro un miraggio, perché un’economia non centrata sull’uomo – ma sul profitto – fa del lavoro una merce di scambio.
Marcinelle è più di un ricordo: è un monito. Ci dice che la “fatalità” è spesso il nome gentile con cui il potere maschera le sue colpe. Ci insegna che, senza giustizia sociale, la sicurezza e la dignità restano parole vuote. E ci ricorda che la memoria, se è viva, non è nostalgia: è azione, resistenza, rifiuto di piegarsi alle disuguaglianze.
Oggi, come allora, la scelta è tra due strade: considerare l’uomo un mezzo o farne il fine.
Il Dirigente
Prof. S.A.
