Independence day - Giorno dell'Indipendenza o dell'Unità?
Pubblicato: 04 luglio 2025
Mentre oggi si festeggia il Giorno dell'indipendenza degli Usa, in Italia ricorre, al contempo, l'anniversario della nascita di colui che contribuì fermamente all'Unità d'Italia: Giuseppe Garibaldi. Pertanto, il nostro sguardo si posa, inevitabilmente, su una figura che sembra uscita dalla filigrana dei manuali scolastici, ma che continua a parlare con voce viva al nostro tempo. Eppure, come spesso accade ai simboli, anche l'Eroe dei due Mondi è oggi oggetto di una doppia operazione: da una parte viene imbalsamato nella retorica, dall’altra, vilipeso da chi teme o disprezza l’energia inesausta delle sue gesta. Entrambe le operazioni – la mummificazione celebrativa e l’anatema iconoclasta – nascondono un medesimo disagio: quello nei confronti di una figura che fu, prima di tutto, un uomo in marcia, un combattente, un rivoluzionario.
Nato in un’Italia che ancora non esisteva, Garibaldi è stato uno di quei rari personaggi in cui azione ed idea si sono fuse fino a diventare inseparabili. La sua fu un’epopea che si potrebbe dire “senza ideologia”, ma non senza ideali. Il suo ideale, se proprio si deve cercare un nome, si chiama giustizia. E per essa combatté ovunque ne scorgesse la mancanza: in Sud America contro la tirannide, in Europa per i popoli oppressi, in Italia per l’unità e la libertà. Si direbbe, usando un lessico ormai desueto, un patriota internazionale. E proprio questo suo internazionalismo radicato nell’umanità concreta, questa sua allergia all’astrazione politica, lo rende, ancora oggi, non molto digeribile a tutti.
Il nostro tempo ama le figure sfumate, le memorie ambigue, i simboli svuotati. Garibaldi invece fu tutto tranne che sfumato. Era un uomo che prendeva posizione. Non delegava. Agiva. E questa sua capacità di incarnare la lotta per la libertà lo pone in netto contrasto con un’Italia contemporanea spesso afasica, ripiegata, bisognosa di eroi, ma sospettosa di chi agisce con coerenza.
Nel ricordarlo, dovremmo evitare sia l’esaltazione acritica sia la caricatura. Garibaldi non fu un santo né un filosofo: fu un soldato della libertà. Ma fu anche uno dei pochi a credere davvero che la libertà non potesse esistere senza giustizia sociale. Ebbe fiducia nel popolo, nelle sue energie migliori, nella possibilità che masse contadine, artigiani, lavoratori potessero essere protagonisti della Storia. Non parlava al popolo, parlava con il popolo, e talvolta lo guidava marciando accanto ad esso.
È questo che lo distinse dai teorici, dai diplomatici, dagli apparati. A differenza di molti altri protagonisti del Risorgimento, Garibaldi non temeva il coinvolgimento delle classi popolari, anzi, ne faceva la condizione stessa della liberazione nazionale. Egli vedeva nella guerra per l’unità non un gioco di palazzo, bensì un moto collettivo, popolare, volto a riscattare intere generazioni dalla servitù. L’unificazione, per lui, non era un affare tra dinastie, ma un diritto dei popoli.
Tuttavia, la sua idea di Risorgimento entrò subito in conflitto con quella dell’alta borghesia e del potere sabaudo. Il compromesso imposto alla nascita dello Stato italiano – tra capitale e latifondo, tra monarchia e borghesia moderata – rese impossibile una vera rivoluzione democratica. L’Italia fu fatta, ma senza popolo. O peggio: fu fatta sul popolo. Da allora, alcuni sostengono che la frattura tra istituzioni e cittadini non si sia mai del tutto ricomposta.
Eppure, Garibaldi aveva mostrato che un’altra via era possibile. La sua Spedizione dei Mille fu una delle più ardite e riuscite azioni di guerra popolare della modernità. Dimostrò che la Storia può cambiare direzione quando il coraggio e la giustizia si alleano. Il suo esempio resta, non come un modello da imitare pedissequamente, ma come un promemoria morale e civile: quando il potere si chiude, è il popolo che deve aprire le strade.
Per questo, ogni tentativo di disinnescare la forza della sua memoria, sia con le parate vuote sia con gli insulti grotteschi, è destinato al fallimento. Garibaldi appartiene alla parte migliore del nostro passato: quella che credeva nella possibilità di un’Italia giusta, solidale, indivisibile. E ogni volta che torniamo a quella speranza, anche solo per un istante, egli ci è accanto.
In conclusione, non celebriamolo se il nostro scopo è solo archiviare. Ricordarlo significa guardare con occhi limpidi all’incompiutezza del nostro presente. Significa chiederci se siamo ancora in grado di credere nella forza di un popolo che si fa nazione o patria, non per sangue, ma per volontà di riscatto.
Il Dirigente
Prof. S.A.
