Kalendis Maiis

Pubblicato: 30 aprile 2026

ALLA COMUNITÀ EDUCATIVA

il Primo Maggio non è solo l'inizio di un mese, in origine dedicato alla dea Maia, divinità italica della terra e delle messi, né una consuetudine svuotata dal passare degli anni; è, piuttosto, una pagina viva della storia civile e sociale del mondo, una pagina scritta con il sudore, con la fatica, con le speranze e anche con il sangue di donne e di uomini che non vollero piegarsi alla logica dell’umiliazione e dello sfruttamento, e che chiesero, con voce semplice e potente insieme, che il lavoro non fosse catena, bensì dignità, non fosse condanna, ma possibilità di vita piena. 

E infatti, se torniamo alla genesi della festa del lavoro, vediamo subito che essa nacque non da un gesto cerimoniale, non da un favore concesso dall’alto e neppure da una benevolenza del potere, ma da una lotta aspra e necessaria; nacque quando i lavoratori, che in alcuni casi erano costretti a turni insopportabili e ad orari che divoravano l’esistenza, domandarono ciò che oggi ci appare elementare e che pure, proprio perché basilare, fu allora indispensabile conquistare con fermezza: il diritto a un tempo umano, il diritto al riposo, il diritto a vivere senza essere consumati dal lavoro stesso, che vengono celebrati solennemente in tutto il mondo dal 1890. La ricorrenza fu istituita dalla Seconda Internazionale, che raggruppava i partiti e le organizzazioni del movimento operaio. La data fu scelta per ricordare i morti di Chicago, uccisi dalla polizia americana durante la repressione dei lavoratori in sciopero, che reclamavano la giornata lavorativa di 8 ore, in un’epoca in cui si arrivava anche a 16.  

Ora, se questa è la radice storica del Primo Maggio, noi comprendiamo anche la sua attualità, poiché non è affatto vero che il tempo presente abbia cancellato i motivi di quella battaglia; al contrario, li ha resi più complessi, più sottili, talvolta perfino più insidiosi, giacché oggi il lavoro vivo esiste ancora, nonostante gli algoritmi e benché spesso si presenti sotto forme fragili, precarie, intermittenti, mal pagate, e, quel che è peggio, non di rado esposte al rischio, all’incuria, alla sottovalutazione della sicurezza, quasi che la vita di chi lavora possa essere considerata una variabile secondaria rispetto all’urgenza della produzione o al risparmio economico.

Ed è qui che deve intervenire la scuola, quale istituzione che educa alla realtà e al giudizio, alla responsabilità e alla memoria; perché una comunità che dimentica il valore del lavoro finisce per tollerarne il degrado, una comunità che minimizza gli infortuni finisce per abituarsi alla sofferenza, e una società che tratta la sicurezza come un fastidio finisce, passo dopo passo, per perdere il senso della propria civiltà. Su ciò il richiamo alla salute e alla sicurezza sul lavoro è chiarissimo: prevenzione, formazione, vigilanza e responsabilità devono essere condizioni concrete della tutela della persona. 

Per questo, il Primo Maggio non può essere una celebrazione astratta né un’occasione per ripetere formule consunte; esso è, invece, un invito severo e insieme generoso a guardare il presente con occhi limpidi, a non lasciarsi convincere che ciò che è ingiusto sia inevitabile, a non accettare che la precarietà diventi normalità, che il salario povero diventi destino, che il rischio sul lavoro sia un prezzo da pagare in silenzio.

No, non è così che si onora il lavoro. Lo si onora quando si difende la dignità di chi lavora, quando si esige sicurezza, quando si riconosce che il lavoro deve servire l’uomo e non l’uomo sacrificarsi all'altare del lavoro, quando si comprende che il progresso vero non consiste nell’avere di più, ma nell’avere giustizia sociale; e che una società cresce non quando produce soltanto, bensì quando sa proteggere la vita di chi produce.

Ecco allora il senso più profondo di questa giornata: ricordare che i diritti non sono piovuti dal cielo, che le conquiste sociali non sono mai casuali, che la dignità va difesa con intelligenza e con coraggio; e ricordarlo proprio a voi, studentesse e studenti, che siete la generazione chiamata ad entrare nel mondo senza ingenuità, con la consapevolezza che il futuro non si subisce... si costruisce.

Sta qui, in fondo, la lezione del Primo Maggio: il lavoro non vale per la fatica che impone, semmai per l’umanità che deve custodire; e una scuola che educa a questa verità non prepara soltanto studenti, ma cittadini o meglio donne e uomini.

 Buona festa del lavoro!

Il Dirigente 

Prof. S.A.