Auguri del Dirigente de nuntio Paschæ festorumque mobilium MMXXVI
Pubblicato: 01 aprile 2026
ALLA COMUNITÀ EDUCATIVA
"Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza" — A. Gramsci
Siamo alla soglia della Pasqua, e con essa arriva la pausa che ciascuno di noi — studente, docente, genitore, tutore, assistente, collaboratore — si è guadagnato sul campo. Ma, prima di "staccare", val la pena soffermarsi un momento. Non per un discorso di circostanza, bensì per dire qualcosa di schietto e sincero.
Essere giovani oggi significa spesso abitare quella zona sospesa tra l'incoscienza e la consapevolezza: correre senza sapere bene dove, bruciare energia senza chiedersi il perché, sentire tutto con un'intensità che gli adulti hanno forse dimenticato di avere. C'è bellezza in ciò, e c'è rischio. La scuola esiste anche per questo: per trasformare quella forza grezza come diamante in atti concreti, per dare forma a ciò che altrimenti resterebbe solo potenza aristotelica.
La scuola stanca. Lo sappiamo tutti. Stanca il discente che studia una materia che non capisce ancora perché gli servirà; stanca il docente che cerca ogni giorno il modo giusto per farsi capire; stanca chi lavora nell'ombra o dietro le quinte del sipario affinché tutto funzioni. Eppure si annida qualcosa di straordinario in questa fatica condivisa: essa è, in fondo, la forma più concreta di fiducia nel futuro. Si studia perché si crede che valga la pena arrivare preparati al domani. Anche quando non si sa bene che cosa ne sarà di noi, anche quando l'avvenire appare nebuloso e la strada non ha ancora un nome. Perché le domande più oneste che un giovane e una giovane possano farsi — che sarà di me? dove andrò? cosa resterà di tutto questo? — non sono segni di debolezza, perché (anzi!) la fragilità può essere una leva. Sono le autointerrogazioni più coraggiose che esistano. Ed è da lì che comincia la crescita vera.
Vincit qui patitur: chi la dura la vince. Non è solo un proverbio da scaffale impolverato o da poster motivazionale — è una legge della storia. I cambiamenti che hanno contato, le conquiste che hanno resistito al tempo, portano sempre la firma di chi non ha mollato quando sarebbe stato più comodo farlo. Vale per voi, nelle vostre giornate fatte di verifiche, compiti, delusioni e piccoli traguardi. Vale pure nei momenti in cui ci si sente soli — e quei momenti arrivano, per tutti, sempre — quando sembra che nessuno capisca davvero, quando la stanchezza diventa isolamento e il silenzio pesa più delle parole. In quei momenti, ricordatevi che questa comunità esiste proprio per questo: nessuno dovrebbe attraversare il percorso di crescita come se fosse un'avventura solitaria. Siamo qui, assieme, anche quando non sembra proprio che sia così.
E tutto ciò vale per quei popoli che oggi resistono sotto il peso della violenza e dell'oppressione — nel Donbass, a Beirut, a Gaza e in Cisgiordania, a Teheran e dintorni — e che ci ricordano, con il loro coraggio, quanto siano preziosi quei diritti che troppo spesso diamo per scontati: la dignità, la pace, la libertà di costruirsi un futuro e di autodeterminarsi.
La Pasqua, al di là di ogni appartenenza religiosa o culturale, porta con sé un'idea potente e universale: quella della rinascita. Ogni fine è anche principio. Ogni interruzione può diventare riflessione. Ogni stanchezza può trasformarsi in energia nuova, se ci concediamo il tempo di ricaricarci davvero.
Auguro a ciascuno di voi una Pasqua che sia esattamente questo: una pausa fertile che assomigli, se non idealmente ad una distesa di prati, almeno ad un fiore nel deserto. Un momento per stare con le persone che amate, per leggere qualcosa che vi sorprenda, per chiedervi — almeno una volta — chi vorreste diventare, sine ira et studio, senza la pressione di avere già tutte le risposte a portata di mano. L'incoscienza della giovinezza è un dono, ma diventa qualcosa di grande solo quando comincia a dialogare con la coscienza.
Poi si torna. E si ricomincia, insieme.
Cordialmente,
il vs. Dirigente
Prof. Sergio Arizzi
