Odisseo, Nolan e Terracina: il mito torna a parlare alla scuola e al territorio

Pubblicato: 27 luglio 2026

ALLA COMUNITÀ EDUCATIVA 

"Bruciare Troia è stato come bruciare il mondo intero e Ulisse capisce che vincendo la guerra ha distrutto la bellezza creata dagli dei."

C. Nolan 

Ci sono film che si esauriscono nei titoli di coda e altri che continuano a vivere nelle domande che suscitano. The Odyssey di Christopher Nolan appartiene certamente alla seconda categoria. Non perché sia un'opera perfetta – anzi, presenta qualche lentezza narrativa e qualche compiacimento estetico – bensì perché riesce in un'impresa oggi sempre più rara: riportare i classici al centro del dibattito pubblico. Tuttavia, se la prima domanda che molti si pongono riguarda la fedeltà della pellicola al testo originale,  questo interrogativo, per quanto legittimo, non è quello più interessante.

L'Odissea non è soltanto uno dei fondamenti della letteratura occidentale; è un'opera che continua a dialogare col presente. Ogni generazione riscrive Ulisse secondo le proprie inquietudini. Lo fece Dante, lo fece Joyce e oggi lo fa di nuovo il cinema. Pretendere una trasposizione filologicamente perfetta significherebbe fraintendere la natura stessa delle opere antiche: esse sopravvivono proprio perché possono essere reinterpretate, smontate e rimontate, senza perdere il loro nucleo fondante. 

Nolan dimostra di conoscere bene la struttura narrativa del poema. Il gioco cinematografico intessuto di parole profferite da Calipso e dallo stesso Ulisse, che richiamano a tratti i canti di Demodoco, rivela uno studio accurato della fabula e dell'intreccio omerici. Non siamo davanti ad un semplice film d'avventura, piuttosto di fronte ad una riflessione sulla memoria e sul modo in cui ogni uomo ricostruisce la propria storia.

Anche il nostro territorio entra naturalmente dentro questo gigantesco racconto. Terracina, il Monte Sant'Angelo con il Tempio di Giove Anxur, il promontorio del Circeo, Sperlonga e il suo straordinario gruppo scultoreo dedicato a Polifemo costituiscono da secoli quella che oggi chiamiamo Riviera di Ulisse. Secondo una consolidata tradizione, proprio dall'acropoli di Terracina Ulisse avrebbe osservato il Circeo, allora percepito come un'isola, mentre altre leggende identificano queste coste con la terra dei Lestrigoni, che  Nolan immagina come guerrieri corazzati sanguinari. 

Che tali identificazioni siano storicamente dimostrabili è, in fondo, secondario. Ciò che conta è il loro valore culturale: esse insegnano come il paesaggio possa diventare memoria, racconto e identità.

È qui che il film assume anche una forte pregnanza pedagogica.

Se uno studente, uscendo dal cinema, decide di visitare il Museo Archeologico di Sperlonga, di salire al Tempio di Giove Anxur o di rileggere il X o l'XI libro dell'Odissea, il cinema ha già assolto una funzione educativa. Ha trasformato la curiosità in conoscenza. Se poi magari qualcuno più maturo si spingesse a leggere il libro VI della Pharsalia di Lucano, per andare alle origini della resa icastica e macabra da parte di Nolan dell'evocazione dei morti (negromanzia splatter versus nekyia) operata da Odisseo, allora potremmo parlare di competenza nel senso più nobile del termine.

Sul piano artistico il giudizio resta articolato. Se è vero che il ritmo appare talvolta troppo lento, le interpretazioni di Ulisse, Calipso e Penelope appaiono intense e convincenti. La fotografia, probabilmente valorizzata appieno soltanto dalle sale predisposte per il formato IMAX (pellicola da 70 mm), restituisce comunque immagini di grande suggestione. Ancora più interessante è la rappresentazione della guerra. A differenza di altri kolossal, qui il conflitto non è glorificato: è mostrato come una frattura morale destinata ad inseguire l'uomo ben oltre il campo di battaglia. L'orrore della guerra, che avrebbe dovuto caratterizzare più opportunamente Troy di Zack Snyder, è mostrato da Nolan in tutta la sua crudeltà ed intensità, come se nessuna vittoria restasse davvero tale quando l'architettura del mondo viene spezzata.  

In questa prospettiva, acquista particolare rilievo il parallelo tra la legge di Zeus e ciò che oggi definiamo diritto internazionale. Quando quell'ordine viene violato, non si produce soltanto una vittoria militare: si rompe un equilibrio destinato a travolgere vincitori e vinti. È una riflessione che rende l'antico sorprendentemente contemporaneo e lo rende ancora più attuale quando lo spettro dei "popoli del mare" diventa la scusa per armarsi e celare la più profonda crisi di una civiltà. 

Il finale offre forse la lezione più significativa. La conclusione del viaggio non coincide semplicemente con la vendetta né con la restaurazione del potere. Ulisse sembra scegliere una forma di allontanamento dalla violenza stessa. È come se il vero ritorno consistesse nell'abbandonare definitivamente il míasma, senza limitarsi a scacciarlo con riti purificatori. Tradizionalmente infatti la strage dei Proci lascia dietro di sé il problema dalla contaminazione che accompagna il sangue versato. Nolan sembra suggerire una soluzione diversa. Più che un rito catartico, è il salpare lontano di Ulisse con la sua consorte a diventare espiazione, quasi fosse più un Edipo a Colono che l'Odisseo epico-omerico. Un esilio scelto, quasi come rinuncia consapevole alla logica della prepotenza e dell'arroganza. Non il trionfo dell'eroe, ma la sua maturazione, insomma. È forse questa l'eredità più preziosa che Omero (o meglio quella generazione di aedi che si nasconde dietro la sua maschera) continua a consegnare alla scuola: educare significa insegnare a riconoscere il limite, il valore della pace, la responsabilità delle proprie scelte.

Se un film riesce a riportare gli studenti ad interrogarsi su un poema scritto o compilato quasi tremila anni fa e, nello stesso tempo, a guardare con occhi nuovi il territorio in cui vivono, allora il cinema diventa davvero uno straordinario strumento di formazione culturale e civile.

Il Dirigente 

Prof. Sergio Arizzi